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È ora di parlare di soldi.

Cosa innesca una recessione?

Dopo una fase di espansione economica durata quasi dieci anni, ora a molti investitori viene quasi spontaneo aspettarsi una nuova crisi. Gli attuali timori sono fondati? Cosa innesca una recessione? Ripercorriamo un po’ la storia.

Cosa significa recessione?

Quando l'economia registra un calo per due trimestri consecutivi si parla di recessione. La performance economica viene misurata tramite il prodotto interno lordo.

Le recessioni si verificano abbastanza spesso: secondo uno studio dell’istituto indipendente «Capital Economics», dal 1960 a oggi i cosiddetti Stati del G7* hanno attraversato in tutto 45 recessioni. Per comprendere meglio i fattori scatenanti o le cause di questi fenomeni, bisogna procedere un po’ come nella criminologia forense. Nella maggior parte dei casi, però, gli «indizi» ricavati dalle indagini non sarebbero sufficienti per «incriminare» ufficialmente determinati fattori come responsabili di una recessione. Ad ogni modo, per le 45 recessioni di cui sopra, nel mirino delle indagini ci sono i «soliti sospetti»:

  • Le banche centrali, che soffocano l’intero sistema economico nel tentativo di arginare la crescita dell’inflazione aumentando i tassi.
  • Un rapido e marcato apprezzamento della valuta locale, che fa crollare le esportazioni.
  • Un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, che causa un aumento dell’inflazione e un crollo dei consumi.
  • I mercati immobiliari che creano lentamente una bolla; in questa situazione, un crollo dei prezzi pari al 5% è già sufficiente per innescare una recessione.
  • Alcune banche che concedono crediti troppo facilmente, gettando imprese e privati in una crisi del debito.
  • Aumenti fiscali inattesi di ampia portata.
  • Restrizioni commerciali, che fanno crollare a picco la domanda esterna.

Anche le recessioni dell’economia svizzera sono state originate dai fattori sopraccitati. Quella del 1975, scatenata dallo shock petrolifero in un contesto di inflazione in aumento, è stata indimenticabile: le «domeniche senza auto» dovute all’austerity fanno parte della nostra memoria collettiva; in quel periodo, l’inflazione superava il 10%. Un’altra ondata recessiva ha colpito il nostro Paese nei primi anni Ottanta, quando il prezzo del greggio è raddoppiato in un contesto di forte inflazione. All’inizio degli anni Novanta la guerra del Golfo, una crisi bancaria negli USA e una immobiliare in Svizzera hanno fatto schizzare l’inflazione al 6%, mentre i tassi di riferimento hanno toccato il livello – oggi impensabile – del 6,5%. Da allora l’inflazione sembra caduta in letargo; i tassi di riferimento non hanno più superato il 3,5% e nel 2015 sono addirittura diventati negativi.

«La recessione è un periodo in cui dobbiamo rinunciare a cose che i nostri nonni non hanno mai nemmeno conosciuto.»
Financial Times

Se dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta le banche centrali dei Paesi del G7 sono state definite da alcuni economisti come i «serial killer» responsabili delle
recessioni, negli ultimi 20 anni si sono trasformate in supereroi, che si assumono il compito di salvare, in extremis, intere economie nazionali e unioni monetarie in profonda crisi.

E ora come si proseguirà? Stiamo vivendo una fase di calma che prelude a nuove e intense tempeste o ci troviamo all’inizio di un periodo più stabile, con cicli economici meno soggetti a oscillazioni? Per trarre le nostre conclusioni esaminiamo il summenzionato elenco e chiediamoci quanto sia probabile che si verifichi una recessione innescata da quei singoli fattori.

  • Con ogni probabilità, nel corso di quest'anno la Banca centrale americana (Fed) dovrebbe diradare gli aumenti dei tassi, o addirittura rinunciare ad altri giri di vite. Dopo circa nove interventi, da fine 2015, i tassi di riferimento USA sono attualmente al 2,5% circa. Un valore che non dovrebbe arrivare necessariamente a scatenare una recessione. La Banca centrale europea e la Banca nazionale svizzera non si trovano a gestire forti trend inflazionistici, sicché appaiono improbabili aumenti repentini degli interessi in EUR e CHF.
  • Poiché le monete non possono subire tutte nello stesso momento un apprezzamento o un deprezzamento, è improbabile che le oscillazioni valutarie provochino un trend recessivo globale. Dal punto di vista della Svizzera, fino al 2020 non ci aspettiamo un apprezzamento significativo del franco rispetto all’EUR o all’USD.
  • Oggi la produzione mondiale di greggio è distribuita su molti più Paesi e gli USA sono divenuti il primo produttore al mondo. Inoltre l’economia globale non è più così dipendente dal petrolio come negli anni Settanta, per cui è meno probabile che si inneschi una recessione dovuta a un nuovo shock petrolifero.
  • I bassi livelli dei tassi hanno determinato un forte aumento dei prezzi immobiliari in Svizzera; negli ultimi trimestri, però, gli indicatori di rischio si sono un po’ ridimensionati. Riteniamo improbabile, anche se non impossibile, che si verifichi una nuova crisi immobiliare imputabile a fattori interni. L’aumento dei prezzi immobiliari crea problemi anche in Germania. Il mercato immobiliare USA è in ripresa, ma per ora non occupa i primi posti in classifica come potenziale fattore d’innesco di una recessione.
  • L’aumento del debito pubblico USA, il crescente divario tra i bilanci pubblici all’interno dell’Eurozona, nonché i dubbi in merito alla sostenibilità dei sistemi di finanziamento in Cina sono fattori di rischio che vanno presi sul serio. Anche la crescente assunzione di capitale di terzi da parte delle imprese fa aumentare le consistenze in obbligazioni societarie. La gestione dei rischi di credito richiede particolare prudenza.
  • Le elevate spese pubbliche degli USA non sono sostenibili a lungo termine: presto o tardi il governo potrebbe decidere di aumentare le imposte per rimettere ordine nel bilancio. Attualmente, però, appare molto improbabile un’inversione di rotta a livello di politica fiscale.
  • La portata del commercio mondiale è tale da ridimensionare l’importanza del conflitto tra USA e Cina. L’uscita della Gran Bretagna dall’UE e le sanzioni commerciali utilizzate come strumento politico gravano sulle prospettive di crescita e aumentano il rischio di recessione.

L’analisi di cui sopra conferma la nostra scelta in relazione allo scenario di base per il 2019: ci aspettiamo un rallentamento tangibile della crescita, ma non vistosi trend recessivi nelle principali aree economiche globali.

Consigliamo agli investitori di esaminare a fondo i rischi derivanti dalla propria strategia d’investimento, assicurandosi in particolare che i rischi di credito legati a titoli di Stato e corporate bond siano contenuti e ben differenziati.

Vuole sapere cosa significa tutto ciò per lei? I nostri consulenti alla clientela saranno lieti di discuterne con lei.