Commento del CIO, lunedì 4 maggio 2026
Nonostante il cessate il fuoco formale, la situazione nel Golfo Persico rimane fragile. Dopo l'escalation delle ultime settimane, il conflitto si sta concentrando sempre più sulla questione di chi detenga di fatto il controllo dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha annunciato che, a partire da oggi, gli Stati Uniti intendono iniziare a scortare attraverso lo stretto le navi neutrali bloccate nel Golfo Persico. Ufficialmente, questa decisione viene giustificata come misura umanitaria: le navi, gli equipaggi, le imprese e i paesi che non sono parti in conflitto non dovrebbero più essere vittime delle circostanze.
Tuttavia, proprio questa motivazione non rende la situazione meno rischiosa. Secondo le informazioni disponibili finora, l’operazione non dovrebbe necessariamente prevedere le classiche scorte della Marina statunitense, ma consentire innanzitutto un passaggio coordinato con il supporto militare di cacciatorpediniere, aerei e droni. Tuttavia, si crea così una nuova forma ibrida tra assistenza al passaggio per motivi umanitari, protezione militare e una persistente logica del blocco. Per i mercati finanziari questa zona grigia è difficile da interpretare, poiché non indica né una chiara de-escalation né un'aperta escalation.
L'Iran ha già fatto capire che qualsiasi intervento americano nello Stretto di Hormuz potrebbe essere considerato una violazione del cessate il fuoco. Allo stesso tempo, una petroliera nei pressi di Fujairah (Golfo di Oman, Emirati Arabi Uniti) sarebbe stata colpita da proiettili, anche se, secondo le notizie disponibili, l'equipaggio è rimasto illeso. Il rischio di incidenti in mare rimane quindi elevato. In una situazione militare così tesa, anche un evento di portata limitata può avere ripercussioni politiche di grande entità.
Il prezzo del petrolio riflette questa incertezza. Il Brent continua a essere negoziato a livelli elevati (attualmente a 109 USD al barile). Ciò che conta non è tanto l'andamento giornaliero dei prezzi, quanto il fatto che centinaia di navi rimangano bloccate nel Golfo e che gran parte della produzione petrolifera regionale sia stata ridotta a causa delle limitazioni delle capacità di trasporto e di stoccaggio. Lo Stretto di Hormuz rimane quindi non solo un punto nevralgico dal punto di vista militare, ma anche un banco di prova fondamentale per prezzi dell'energia, catene di approvvigionamento e attivi rischiosi globali.
A tutto ciò si aggiunge ora la dimensione cinese. Pechino ha ordinato alle imprese di non ottemperare a determinate sanzioni statunitensi nei confronti delle raffinerie cinesi legate all'Iran. In questo modo, il conflitto con l'Iran viene coinvolto ancora più profondamente nella rivalità tra Stati Uniti e Cina. Finora il Regno di Mezzo aveva spesso criticato retoricamente le sanzioni statunitensi, ma aveva tacitamente concesso alle grandi imprese un margine di manovra per non compromettere l'accesso al sistema finanziario statunitense. La linea adottata ora dalla Cina è più conflittuale. Se Washington dovesse estendere le sanzioni secondarie alle banche cinesi o ai principali attori statali, una guerra regionale potrebbe rapidamente trasformarsi in un conflitto più ampio a livello di sanzioni e sistema finanziario. Il mercato dell'energia, i pagamenti internazionali e la formazione di blocchi geopolitici risulterebbero così ancora più strettamente interconnessi. Il rischio non risiede quindi solo nello Stretto di Hormuz in sé, ma nella possibilità che una crisi marittima sfoci in un’escalation globale di sanzioni.
Le principali banche centrali reagiscono in modo diverso a questa situazione, ma si trovano ad affrontare un problema di fondo simile: lo shock dei prezzi dell'energia fa aumentare l'inflazione, mentre le sue ripercussioni economiche sono ancora difficili da valutare.
Negli Stati Uniti, mercoledì scorso (29 aprile 2026), la Fed ha lasciato invariati i tassi d'interesse. Ciò che ha destato maggiore attenzione non è stata tanto la decisione in sé, quanto piuttosto l'insolita varietà di posizioni all'interno del Comitato di Politica Monetaria. Diverse voci hanno voluto segnalare una linea più restrittiva (aumento dei tassi di riferimento), mentre una voce sembrava preferire rapidi tagli dei tassi. Questo dissenso si inserisce in una fase di transizione istituzionale. L'attuale presidente della Fed, Jerome Powell, lascia la guida dell'istituzione, mentre Kevin Warsh dovrebbe subentrare a metà maggio e presiedere la sua prima riunione di politica monetaria già a giugno. Per Warsh la situazione di partenza sarà impegnativa. L'inflazione rimane nettamente al di sopra dell'obiettivo della Fed (inflazione dei prezzi al consumo a marzo pari al 3,3%) e l'aumento dei prezzi del petrolio potrebbe, con un certo ritardo, ripercuotersi anche su indicatori di prezzo più ampi. Allo stesso tempo, l'economia statunitense si dimostra più solida di quanto lascerebbero supporre le notizie di carattere geopolitico. I consumi si mantengono stabili, gli investimenti nelle infrastrutture per l'intelligenza artificiale rimangono consistenti e il mercato del lavoro non mostra finora segnali evidenti di recessione. In questo contesto, è comprensibile che i mercati non prevedano ormai quasi più alcun taglio dei tassi d'interesse nel corso dell'anno.
Tuttavia, l'economia statunitense non è invulnerabile. La quota di risparmio delle economie domestiche private è diminuita notevolmente, mentre il reddito disponibile reale ha recentemente subìto una battuta d'arresto. Una parte dei consumi è quindi sostenuta in misura maggiore dall'«effetto patrimonio» derivante dall'aumento dei mercati azionari. Finché questi ultimi rimarranno stabili, ciò potrà sostenere la domanda. Se però dovesse verificarsi un’ulteriore correzione, anche i consumi delle economie domestiche con redditi elevati risulterebbero più vulnerabili.
Nell'eurozona il quadro è ancora più preoccupante. Il 30 aprile la BCE ha lasciato invariato il tasso di riferimento, ma ha chiaramente segnalato che a giugno potrebbe essere pronta ad aumentarlo. La dinamica di crescita è debole: nel primo trimestre il PIL dell'eurozona ha registrato solo un leggero aumento, la Francia ha segnato una stagnazione, mentre Germania e Italia hanno comunque ottenuto risultati leggermente migliori del previsto. Allo stesso tempo, ad aprile gli indicatori di sentiment hanno subìto un netto peggioramento.
La pressione inflazionistica deriva principalmente dal settore energetico. L'inflazione complessiva dell'eurozona è salita al 3,0% ad aprile, mentre l'inflazione core rimane leggermente più contenuta, attestandosi al 2,2%. Ma è proprio qui che risiede il problema per la BCE: uno shock dei prezzi dell'energia può inizialmente sembrare un impulso esterno, ma acquista rilevanza dal punto di vista della politica monetaria non appena imprese ed economie domestiche sviluppano attese inflazionistiche più elevate e si verificano effetti di secondo impatto. Christine Lagarde ha quindi preparato il terreno per un possibile aumento dei tassi d'interesse a giugno.
Fed e BCE si trovano quindi ad affrontare diverse varianti dello stesso dilemma. Grazie alla maggiore solidità dell'economia statunitense, la Fed può adottare un atteggiamento attendista, ma deve continuare a dimostrare credibilità nella lotta contro un'inflazione troppo elevata. La BCE, dal canto suo, si trova di fronte a un contesto di crescita più debole, ma neanch'essa può ignorare del tutto l'aumento dell'inflazione. Per i mercati ciò significa che, per il momento, è terminata la fase caratterizzata da aspettative di un rapido calo dei tassi d'interesse.
La guerra in Iran e gli elevati prezzi dell'energia aumentano senza dubbio la vulnerabilità dell'economia mondiale. Tuttavia, al momento una recessione negli Stati Uniti non rappresenta lo scenario più probabile. I segnali congiunturali disponibili indicano piuttosto un'economia che è diventata vulnerabile a ulteriori shock, ma il cui nucleo rimane ancora intatto.
Il principale fattore di stabilità rimane il consumo statunitense. Sebbene l'aumento dei prezzi di benzina ed energia gravi sul potere d'acquisto, i consistenti rimborsi fiscali, la solida situazione patrimoniale delle economie domestiche con redditi elevati e la ripresa dei mercati azionari hanno finora in parte compensato questo effetto negativo. Anche gli investimenti delle imprese rimangono consistenti, in particolare nel settore delle infrastrutture per l'intelligenza artificiale. Questi investimenti non sostituiscono i consumi come motore principale dell'economia, ma impediscono che la dinamica di crescita si interrompa bruscamente.
Il mercato del lavoro è il banco di prova decisivo. Anche in questo caso si riscontrano punti deboli, ma non ancora delle evidenti fratture. Sono più i settori che creano posti di lavoro rispetto a quelli che ne tagliano, l'occupazione temporanea si sta stabilizzando e le domande iniziali di sussidio di disoccupazione non mostrano finora un aumento significativo dei licenziamenti. Inoltre, l'evoluzione demografica, unita a una politica di immigrazione più restrittiva, frena la crescita dell'offerta di manodopera. L'economia statunitense necessita quindi di un aumento dell'occupazione meno consistente rispetto al passato per mantenere stabile il tasso di disoccupazione.
I rischi maggiori rimangono chiaramente evidenti: in primo luogo, una nuova escalation nello Stretto di Hormuz potrebbe far lievitare ulteriormente il prezzo del petrolio e, al contempo, pesare sui mercati azionari. In secondo luogo, un conflitto sulle sanzioni tra USA e Cina potrebbe avere ripercussioni più gravi sul sistema finanziario e sul commercio mondiale. In terzo luogo, il mercato immobiliare statunitense rimane sotto pressione, poiché i tassi ipotecari sono tornati ben al di sopra del 6% e pesano sugli investimenti nell'edilizia residenziale.
Nella nostra strategia d'investimento manteniamo una moderata sovraponderazione delle azioni. La struttura d'investimento, caratterizzata da un’ampia diversificazione, rimane la principale misura di protezione contro le incertezze politiche e macroeconomiche. L'oro continua a svolgere il suo ruolo di copertura contro le incertezze derivanti dal debito pubblico statunitense, che continua a crescere a un ritmo vertiginoso. Allo stesso tempo, il contesto non giustifica un aumento aggressivo delle posizioni di rischio, nonostante in alcuni mercati (indice S&P 500, indice Nikkei) siano stati raggiunti nuovi massimi storici.
Il mercato azionario svizzero (indice SMI) è attualmente pressoché invariato, con un calo dello 0,2%. Al momento l'indice azionario tedesco (DAX) registra variazioni minime.
Anche per il mercato azionario statunitense si prevede oggi un'apertura sostanzialmente invariata.
Ad aprile, il prezzo dell'oro ha subìto un leggero calo e attualmente si attesta a circa 115 200 CHF al chilogrammo (situazione al 4 maggio 2026, ore 10.15 circa, ora di Basilea).